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TROVA IL SISTEMA DI FARE SISTEMA

Spunti estrapolati  dal Libro MAD-IN-ITALY di Giampiero Cito e Antonio Paolo – “15 consigli per fare business in Italia. Nonostante l’Italia”. Capitolo 6 – pag. 85

Trova il sistema di fare sistema. Perchè cercare collaborazioni può dare nuovo slancio alla tua idea.

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Fare sistema significa dunque attribuire centralità alle relazioni che si instaurano tra soggetti che hanno deciso di unirsi per determinare (e incrementare) il valore delle proprie attività. Le relazioni sono quindi il valore aggiunto e chi decide veramente di fare sistema deve partire dal presupposto che l’apertura e la condivisione, su cui le relazioni valorizzanti dovrebbero basarsi, migliorano l’attività di tutti i soggetti che ne fanno parte.

Ognuno di noi in questo momento storico, sta vivendo concretamente e avendo esperienza diretta dei vantaggi di un sistema centrato sulle relazioni, grazie alla comunicazione digitale e alla Rete. Oggi è impensabile parlare di sistema senza riferirsi alle recenti trasformazioni che la comunicazione digitale ha apportato nelle pratiche quotidiane: interagire, dialogare, informarsi, lavorare, coltivare interessi, fare impresa e molto altro ancora. Trovare il sistema di fare sistema significa oggi per gli imprenditori italiani accettare le dinamiche aperte della Rete e della comunicazione digitale senza trincerarsi dietro ad anacronistiche e controproducenti chiusure difensive. Questo non vuol dire soltanto limitarsi a migliorare il proprio sito web o decidere di fare il proprio ingresso nel mondo dei social media. Significa molto di più, ossia fare proprio il concetto di rete accettando le sue logiche di apertura, partecipazione, co-creazione e condivisione trasparente della conoscenza. La strutturazione a rete è ormai diventata un modello descrittivo per rendere conto non soltanto del funzionamento della società contemporanea, ma anche un concetto pervasivo che tende  a identificare come “rete” ogni sistema basato sulla relazione e la connessione tra elementi. Come fa notare Guido di Fraia, nel primo capitolo di Social media marketing: manuale di comunicazione aziendale 2.0 (Hoepli, Milano 2011) con il termine “rete” si indica qualsiasi sistema costituito da nodi interconnessi, e per quanto ormai sia immediato associare il concetto di rete a Internet, quello a rete è un modello strutturante per qualsiasi essere vivente tanto da poter affermare che “dovunque vediamo vita, vediamo reti”. Sul piano sociale e umano sempre Di Fraia ci ricorda che il sociologo Manuel Castells ha definito le reti come “strutture comunicative complesse, costruite intorno a obiettivi condivisi”. La strutturazione a rete non è dunque nuova nel modo di agire e organizzarsi degli esseri umani, ma la differenza con le epoche passate sta proprio nell’ormai compiuto passaggio da logiche organizzative di tipo verticale e gerarchico a forme fluide, aperte, adattabili e orizzontali, rese possibili dall’incremento della velocità e dell’efficienza nella trasmisisone e condivisione dell’informazione da un nodo a un’altro del sistema. In altre parole dall’aumento dell’efficacia della relazione tra i soggetti che costituiscono un sistema.

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In che senso dunque, in questo contesto sociale pervasivamente reticolare e strutturalmente aperto e relazionale, chi intende sviluppare un’idea di impresa in Italia deve riuscire a “trovare il sistema di fare sistema”?

La risposta può essere trovata lungo tutta l’opera di Enzo Rullani, uno dei maggiori esperti italiani di economia della conoscenza e studioso del sistema imprenditoriale italiano e dei distretti industriali del made in Italy. Rullani offriva profetici suggerimenti alle imprese italiane già nel  2000, quando l’accesso a Internet (almeno in Italia) non era così diffuso, l’iPhone e l’iPad erano forse presenti solo nella mente creativa, geniale e visionaria di Steve Jobs, le cosiddette “dot.com” infiammavano il Nasdaq (anche se di lì ad un anno sarebbe esplosa la bolla speculativa) e si parlava ovunque di new economy. Rullani da profondo conoscitore del sistema imprenditoriale italiano, non si era fatto offuscare lo sguardo dalla polvere sollevata dalla nuova economia e proponeva di guardare oltre la sterile e minacciosa distinzione tra new e old economy, minacciosa perchè l’economia dei distretti italiani e del made in Italy si collocava automaticamente sul versante old di questa nuova dicotomia. La distinzione poteva essere superata, nell’ottica di Rullani, dall’adozione da parte di tutte le imprese di produzione (e non solo dunque da parte di quelle ascrivibili all’ambito tecnologico e informatico) dall’uso intensivo di information tecnology e di Internet per “favorire un’economia dell’interazione comunicativa, destinata ad affermarsi nella supply chain al posto dell’economia gerarchica di comando, che era stata caratteristica del fordismo” (Rullani 2000).

Questo nuovo modo di “fare sistema” attraverso la Rete e l’ICT veniva indicato da Rullani con l’espresisone “net economy”. Un’economia di Rete in cui il valore viene prodotto dall’interazione tra produttori e consumatori, favorendo contaminazioni, dialoghi, esperienze condivise che scaturiscono dalla partecipazione attiva dei diversi attori presenti nella Rete. In questa prospettiva i mercati cessano di essere luoghi anonimi ma diventano crocevia di rapporti personali e di dialoghi. Si comincia così a intrevedere la realizzazione della celebre prima tesi di quel Cluetrain Manifesto allora fresco di redazione (la sua stesura risale al 1999) e che poi è diventato famoso e citatissimo con l’avvento del web 2.0 e la diffusione dei social media.

Nella net economy proposta da Rullani “l’azienda non agisce isolatamente ma è parte di una catena di connessioni e dialoghi che stimolano la comunicazione, la condivisione, l’esperienza. Per l’Italia dei distretti, delle PMI e del made in Italy, l’economia di Rete è un’opportunità per vincere le sfide che vengono dalla concorrenza globale” (Rullani 2000) e che ora, aggiungiamo noi, sono rappresentate dalla necessità di superare l’attuale momento di crisi. Come cogliere questa opportunità? Innanzi tutto estendendo le reti centrate sui sistemi locali, facendole diventare reti lunghe, multicentriche e multisensoriali che colleghino in modo permanente i nostri distretti all’economia globale. Le nostre PMI e soprattutto i nostri distretti già fondano la loro peculiarità sulla produzione di significati condivisi e sulla specializzazione; è quindi necessario estendere sempre più questa capacità di comunicazione e di specializzazione dall’ambito locale a quello globale. Questo è possibile utilizzando la rete come strumento e come modello che non si limiti a un’economia dell’interazione ma che a essa associ un’economia della moltiplicazione che riusi le conoscenze disponibili, crei intelligenze collettive e aumenti la convenienza ad investire in apprendimento e sperimentazione” (Rullani 2000).

L’opportunità di fare sistema sfruttando le potenzialità della Rete, intesa come strumento e come modello organizzativo, l’ha indubbiamente colta, in maniera che potremmo definire pionieristica, Marco Boglione, imprenditore torinese, fondatore e presidente del gruppo BasicNet, proprietario dei marchi Kappa, Robe di Kappa, Superga, Jesus Jeans e K-Way. Boglione ha creduto immediatamente alle potenzialità dell’information technology e della Rete fin dal 1994 quando Internet in Italia aveva appena 200.000 utenti (nel mondo erano invece circa 20 milioni). Ecco come racconta nel suo libro Piano piano che ho fretta. Imprenditore è bello (Basic, Torino 2009) l’esito di quella scoperta per lo sviluppo della sua idea di impresa: “Da lì in poi la vision era completa e chiara [...] essere capaci di realizzare il nostro sogno forti della consapevolezza di poter sfruttare con largo anticipo uno strumento così potente. Il nostro vero cruccio era sempre stato quello: poter contare su una rete globale, affidabile e, soprattutto, a un costo proporzionato alle nostre dimensioni. Internet era tutto quello che ci mancava per partire per la nostra avventura [...]“.

La Rete dunque come modello di business dato che Boglione, a partire da quella illuminante e precoce folgorazione per Internet, ha iniziato a progettare una nuova struttura societaria internazionale del gruppo con l’obiettivo di ottimizzare l’attività di una rete di imprenditori che avrebbe operato in tutto il mondo con gli stessi prodotti e con la stessa misisone. [....]

Ma la Rete da utilizzare anche come strumento dato che, come ebbe modo di dichiarare Boglione qualche anno più tardi (eravamo nel 1999), la sua non è un’azienda che vende Internet ma che lo usa per fare magliette e venderle in ogni angolo del pianeta. Un’azienda che possiede un “sistema nervoso digitale”. Potremmo dunque sintetizzare così la descrizione di BasicNet: un’azienda a rete che offre opportunità di fare impresa e un’azienda che usa la Rete come strumento per gestire il flusso di informazioni e di conoscenza della sua struttura reticolare in modo condiviso, affidabile e veloce.

“Fare sistema” per migliorare la profittabilità del proprio business: ma “fare sistema” anche per riuscire a superare momenti di crisi come quello che stiamo attualmente attraversando.

Un interessante articolo di Dario di Vico uscito sul Corriere della Sera si intitola “Il Coraggio degli imprenditori della fabbrica accanto” (22 aprile 2012) e racconda molte storie di imprenditori italiani “Mad” che, grazie al loro coraggio e alle loro idee, sono riusciti a far fronte alla crisi economica che ancora perdura. Tra queste storie ci sono molte di quelle che raccontiamo in questo libro. Per concludere questo capitolo ci interessa però un altro dato riscontrato da Di Vico nella sua inchiesta: la forza dell’economia di filiera e la logica dei distretti come modelli di business che hanno permesso a molte imprese italiane di fare fronte allo tsunami della crisi.

L’economia di filiera viene considerata l’italian way per reggere alla crisi, perchè garantisce specializzazione continua assieme a flessibilità organizzativa. Mentre per i distretti (che ciclicamente vengono bersagliati da guru che ne decretano ipocritamente la morte) parlano chiaro i numeri: “ben 25 distretti hanno superato i livelli pre-crisi, ovvero in piena tempesta (2011) hanno fatturato più del 2008, quando è iniziata la tormenta”.

Insomma filiere, distretti, reti organizzative sono tutte “storie di sistema” che dimostrano  come il suggerimento che diamo a partire dal titolo di questo capitolo sia la più efficace  soluzione per gestire insieme i cambiamenti e fronteggiare le crisi, essendo al contempo partner e competitor.

MEMO – LE RELAZIONI SONO PIU’ IMPORTANTI DEI SINGOLI ELEMENTI CHE LE DETERMINANO. APRI IL TUO PROGETTO D’IMPRESA, RENDILO TRASPARENTE E CONDIVISO, STIMOLA LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DI TUTTI I TUOI INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI (COLLABORATORI, DIPENDENTI, COMUNITA’ TERRITORIALI, CONSUMATORI) CONFRONTATI LEALMENTE CON I TUOI COMPETITOR. FAI TU SISTEMA SENZA ASPETTARE CHE IL” SISTEMA” LO FACCIA PER TE.

 

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