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IL “MODELLO VENETO”? UN OSTACOLO DA SUPERARE

dal mensile Nordest Europa.it Settembre 2012 (pag. 82)

Neppure il turismo oggi basta più a sorreggere l’illusione che “piccolo è bello”. E’ venuto il momento di affrontare un cambiamento profondo che nei fatti, ha bisogno di essere promosso e gestito e non subìto: è l’organizzazione metropolitana che verticalizza lo sviluppo e allarga lo sguardo sul mondo.

di Cesare De Michelis

L’rganizzazione del territorio delle Venezie e delle sue città si è andata costruendo durante una vicenda più che millenaria, in larga misura premoderna, durante la quale la proprietà fondiaria e la sua economia agricola convisse con la crescente dinamicità commerciale di Venezia, capace di accumulare ricchezze eccezionali, cha a loro volta vennero sempre più investite in terre e campi, soprattutto quando i traffici più remunerativi si svilupparono lungo le nuove rotte atlantiche.

Certo, a fianco di queste attività fondamentali, prosperò vario e creativo l’artigianato, come ovunque nell’Italia dei Comuni e delle Signorie, lo testimonia lo sviluppo delle Arti maggiori e minori, le quali però, protette dall’ordine antico della Repubblica, evitarono la competizione nel sempre più grande libero mercato e resistettero anche troppo a lungo alle trasformazioni produttive dell’innovazione moderna. Così l’industrializzazione delle Venezie iniziò molto tardi e marginalmente nel corso del tardo Ottocento e poi si sviluppò, persino troppo velocemente, all’inizio del Novecento lungo la gronda lagunare, nell’area di Porto Marghera, dove si insediarono soprattutto impianti di base, metallurgici e chimici, i cui prodotti finivano nelle industrie manifatturiere fuori regione a sviluppare una ricca molteplicità di merci finite.

Si consolidò in questo modo un’organizzazione produttiva sbilanciata tra grandi fabbriche e piccolissime imprese, mentre solo nella seconda metà del secolo scorso crescevano le prime manifatture postartigianali, metalmeccaniche e tessili  poi negli accessori, dalle scrpe agli occhiali, fino alla maglieria e ai jeans, mentre contemporaneamente declinava il polo lagunare, sempre più concentrato nella chimica che si rivelò drammaticamente inquinante. Se la grande industria troppo spesso dipendeva dalla finanza lombarda, la piccola faticava a crescere eludendo i vincoli fiscali e sindacali con un’organizzizone produttiva decentrata e per questo straordinariamente flessibile.

Se la prima industrializzazione produsse le periferie dormitorio di Mestre e Marghera, la seconda si disperse in un policentrismo che confondeva casa e capannone, famiglia e impresa, autonomia e sfruttamento. E’ andata così per vari decenni, fino a quando l’allargarsi del  mercato globale ha imposto nuove logiche produttive e inedite dinamiche commerciali che avevano bisogno  di competenze più complesse e specializzate e al tempo stesso di maggior volume di affari, e quindi di migliori servizi e di più efficienti infrastrutture, la cui assenza frenava, se non impediva la crescita.

Si trattava, insomma, di trasformare il territorio e con esso la cultura delle popolazioni, abbattendo consolidati pregiudizi, che avevano resistito qui da noi meglio che altrove alla modernizzazione otto-novecentesca, alimentando l’illusione che era possibile raggiungere obiettivi di crescita lungo itinerari diversi da quelli altrove sperimentati, restando cioè legati a modi di vita comunitaria radicalmente locali, chiusi in una dimensione municipale caratterizzata da una lingua parlata – il dialetto – priva di tradizione letteraria e di capacità di comunicazione con il resto del paese e del mondo, radicate nelle abitazioni rurali dove resisteva la famiglia patriarcale, solidale e autosufficiente – i metalmezzadri, per intendersi.

Ora è tempo di concludere l’analisi e trarne le conseguenze: il decantato “modello veneto”, o “del Nordest”, da qualche anno mostra la corda e piuttosto che un’opportunità, come per un periodo era stato, si rivela un limite, un ostacolo, un handicap. Neppure il turismo – altra fonte di reddito con pochi investimenti e modesta organizzazione aziendale, spesso gestita in ambito strettamente familiare – basta più a sorreggere l’illusione che “piccolo è bello”, infatti altrove sono cresciute compagnie multinazionali che sempre più acquistano peso e importanza anche nelle Venezie.

E’ venuto il momento di affrontare un cambiamento profondo, che nei fatti, ovviamente è già operante da tempo, ma che per produrre i benefici necessari ha bisogno di essere promosso e gestito e non soltanto silenziosamente subìto, il cui segno più inequivocabile nel territorio è l’organizzazione metropolitana delle aree sviluppate, riqualificando infrastrutture e servizi, accettando l’inevitabile gerarchia delle loro specializzazioni, verticalizzando lo sviluppo e allargando lo sguardo sul mondo.

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